I bambini e il gioco: espressione e controllo dei propri sentimenti [Parte II]

Nell’età della scuola materna il bambino manifesterà sempre più il piacere di essere alla presenza di altri bambini e di giocare con loro, tuttavia non dobbiamo attenderci troppo dalla sua socialità e sarà opportuno che un adulto sia presente nelle vicinanze per dirimere le inevitabili e frequenti questioni che sorgeranno e per alleviare i momenti di tensione. Fino a quattro anni almeno e anche oltre un gruppetto di bambini, riuniti in un dato luogo, non rappresenta un vero gruppo ma un insieme di individui, ciascuno dei quali persegue dei suoi scopi, ben poco preoccupato che essi uniformino alle esigenze e ai desideri degli altri. Si tratta di quelle situazioni che Piaget chiama di “egocentrismo primario”, per cui gli altri non vengono considerati per se stessi, ma come mezzi che possono di volta in volta vacillare o ostacolare il raggiungimento di propri obiettivi. Mancano, infatti, la capacità di mettersi dal punto di vista dell’altro per vedere le cose come le vede lui condividendo i suoi stati d’animo e la capacità di collaborare con gli altri pur mantenendo la propria indipendenza per il raggiungimento di un fine comune. I bambini hanno bisogno di altri bambini per i loro giochi drammatici: per il gioco della famiglia c’è bisogno di genitori e figli; per quello della scuola di insegnanti e allievi; per il negozio di venditori e compratori ecc., ma ciascuno tende ancora a voler giocare il “suo gioco” limitando grandemente la partecipazione degli altri. Naturalmente gli altri bambini ci stanno per un po’, ma poi si ribellano perché anche loro vorrebbero giocare il “loro gioco”. Da questi scontri l’egocentrismo riceve delle benefiche scosse e nascono le prime forme di reale socialità. I bambini dai tre ai cinque anni sono dunque bambini che stanno imparando la socialità e pertanto a volte mostreranno comportamenti già evoluti, già sociali o, sotto la spinta di qualche impulso, rileveranno l’egocentrismo originario.

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Riporto alcuni esempi abbastanza significativi di comportamento egocentrico nel gioco sociale. Questi esempi, come gli altri che seguiranno, sono tratti dal libro di S. Isaacs Lo sviluppo sociale dei bambini. Si tratta di osservazioni fatte in una scuola materna.

Oggi Jessica e Dan facevano i “cagnolini” di Priscilla, ma dopo un po’ si sono ribellati.
“Non voglio essere un cagnolino, Priscilla” ha detto Jessica, “Sarò la tua fidanzata”.
“Allora non ti porto niente” ha risposto Priscilla.
Faceva parte del gioco che Dan fosse rinchiuso nello stanzone degli attrezzi, ma evidentemente trovando la cosa monotona, egli ha  protestato e si è poi messo a piangere.

Questa osservazione ci sembra abbastanza esplicativa di situazioni frequenti fra bambini piccoli. Nel gioco libero emergono spesso i sentimenti dei bambini nei confronti degli altri bambini. Mi sono sembrati interessante alcuni esempi di sentimenti di ostilità nati per esigenze di possesso e di potere e altri in cui compaiono amicizia e desiderio di collaborare.

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Aggressività per il possesso

Lena e Jessica si sono più volte disputate il triciclo e, a quanto pare, le forze erano molto ben equilibrate. I bambini più grandi hanno mantenuto un contegno imparziale, tirando giù dal triciclo l’una o l’altra quando ritenevano fosse finito il “suo turno”.

Appare evidente quanto sia forte il desiderio di possesso. Ogni bambino desidera che un oggetto amato sia suo in esclusiva, che la cosa più bella, più grande, più ambita dal gruppo in quel momento sia un possesso. Vedere che gli altri hanno di più o qualcosa che lui non ha è intollerabile. Questo senso di proprietà ha un’origine molto antica, risale a quando il neonato fantasticava il possesso totale della madre e del seno che lo allattava e avrebbe voluto inghiottirli per non rischiare di perderli di più. In seguito i suoi oggetti amati diventano per il bambino estensione del Sé e quindi egli li difende quasi come parti del suo corpo. Poi attraverso l’esperienza che gli altri non accettano che qualcuno primeggi e abbia di più nasce il “senso di giustizia” così rigoroso nell’infanzia: “Se io non posso essere il primo, allora che si sia tutti uguali”. A questo punto diventa impellente l’esigenza di avere quello che hanno gli altri. Non ricevere ciò che altri ricevono significa pensare di non essere amati. Un bambino è dispiaciuto, se altri ricevono doni e lui no, non solo per il possesso o il piacere di avere quei doni, ma perché pensa che lo si si sia voluto punire, giudicandolo indegno di considerazione e amore.

Aggressività per il potere

I bambini avevano fatto una “barca” con la panca rovesciata del giardino e Christopher la guidava. Quando è sceso per un momento, Jessica ha subito preso il suo posto rifiutandosi poi di ridarglielo.
“Ti manderò via con una spinta” ha detto Christopher e allora Jessica ha gridato con tono enfatico: “No, non devi, Christopher, non devi”, però non ha ceduto.

Nella maggior parte dei casi un bambino che cerca di esercitare il suo potere vorrebbe fare quello che ritiene gli altri abbiano fatto con lui in realtà o nella sua fantasia. Il tentativo è quello di impadronirsi dell’autorità, del potere dei genitori e poi degli adulti in generale. In realtà anche nell’educazione più comprensiva dei bisogni e rispettosa dei sentimenti del bambino, è inevitabile che egli si senta spesso piccolo e impotente di fronte ad adulti che hanno molto più potere e che pertanto desideri essere come loro.

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Amicizia e collaborazione

Dan aveva portato a scuola una grande macchina nuova di legno e uno dei bambini più piccoli vi è salito sopra. Sulle prime, Dan ha protestato vivacemente, ma, quando la signora I. gli ha proposto di riportarla via se non desiderava che gli altri l’adoperassero, ha detto serenamente: “Va bene, possono usarla. La lascio qui per loro”.

Bambini che offrono doni, servigi, collaborazione: qui i sentimenti in gioco sono la gioia di dare e la gratitudine per aver ricevuto. Non sarebbe corretto pensare che si tratti tuttavia, in quest’ultimo caso, di amore interessato. Il ricevere doni, aiuto, manifestazioni di affetto, fa sentire il bambino amato e quindi buono; non si può essere cattivi se si è amati. D’altro canto l’offrire doni o servizi fa sentire, chi lo fa, ricco e potente: se uno può dare o aiutare gli altri non è più un piccolo bambino debole e bisognoso e quindi non ha più bisogno di essere arrabbiato e geloso. In questo senso è anche meglio dare che ricevere perché chi dà è potente, chi riceve deve ammettere il suo bisogno. I bambini diventano amichevoli soprattutto perché imparano a identificarsi con gli altri bambini, a pensare “come si sentirebbero se fossero al loro posto”, e molto spesso basta un suggerimento degli adulti, in questo senso, per risolvere tanti conflitti. Da attività comuni nasce l’idea della collaborazione, il piacere e l’orgoglio di sentirsi “insieme” per la realizzazione di qualcosa di buono, di utile, di divertente o creativo. A partire dai quattro anni compare anche il rimorso e il desiderio di riparare con fatti e con parole se si è fatto qualcosa di cattivo.

Il gioco della famiglia

Nel gioco della famiglia, oggi, Priscilla faceva il bebè e Dan la mamma, spingendo la carrozzina con una mimica lunga e complicata. Quando, più tardi, Priscilla ha proposto di invertire i ruoli, Dan ha rifiutato gustando evidentemente la situazione, nuova per lui, in cui Priscilla gli doveva essere sottomessa.

gioco-e-i-bambiniSe osserviamo i bambini giocare possiamo vedere quanto frequentemente essi facciano il gioco della famiglia sia distribuendosi i vari ruoli nel gioco drammatico, sia utilizzando gli oggetti più svariati, adatti a tale scopo; anche semplici sassolini di differenti dimensioni possono diventare all’occasione: papà-sasso, mamma-sasso e figli-sassolini. È del tutto comprensibile che ciò che accada dal momento che la maggior parte delle loro esperienze essi l’hanno avuta in famiglia e le loro più grosse preoccupazioni riguardano i rapporti famigliari. In questi giochi i bambini esprimono dubi, difficoltà, le idee che si stanno formando, sentimenti, tentativi di comprensione e interpretazione della realtà. Sarà facile cogliere manifestazioni di gelosia nei confronti dei fratelli o dei genitori, il loro desiderio di avere bambini propri, le loro idee sul rapporto che lega i genitori, i loro dubbi su chi si possa sposare quando, su chi può avere bambini e da dove vengono e come vengono fatti.

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FONTI DELLE IMMAGINI:
http://d.repubblica.it/famiglia/2013/03/27/news/bambini_litigi_educazione-1580550/
http://www.whattoexpect.com/toddler/photo-gallery/at-home-preschool-prep.aspx
http://www.amando.it/mamma/famiglia/figli-facciamoli-litigare.html
http://www.bebeblog.it/post/77983/i-giochi-per-le-feste-di-compleanno-per-bambini-ecco-quelli-piu-famosi

di Monia De Tommaso

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