Storia dello stiletto

Tra tutti i miracoli della moderna tecnologia calzaturiera, lo stiletto è forse il più stupefacente. Noto anche col nome di tacco a spillo, lo stiletto con i suoi 12 cm di altezza, fece irruzione sulla scena della moda all’inizio degli anni ’50. Vivier iniziò a disegnare tacchi stilizzati di 10 cm, applicandoli alle classiche scarpe dècolletè a punta allungata. Per la rivista francese di Vogue fu amore a prima vista e li battezzò col nome di “stiletto”.Vivier non fu però l’unico stilista a sperimentare questo nuovo tipo di tacco dalla linea sottile. Andrè Perugia e Charles Jordan avevano fatto ricerche in questo campo in Francia, così come Beth Levine negli Stati Uniti e Salvatore Ferragamo in Italia. Ma Vivier aveva un netto vantaggio su tutti gli altri: lavorava con il sarto più chiacchierato del mondo, e l’attenzione ossessiva che suscitava qualsiasi capo uscisse dall’atelier Dior fece sì che il tacco a spillo di Vivier fosse il primo a essere notato dalle riviste di moda.

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Herbert Levine Inc. 1958

Qualsiasi stilista si fosse cimentato nella creazione di un tacco alto e affusolato, aveva dovuto fare i conti con i problemi che nascevano durante la fase di sviluppo del design. Il tacco tradizionale era di legno e, di conseguenza, se lo si voleva allungare era necessario che la struttura restasse massiccia, altrimenti al primo sforzo o pressione avrebbe rischiato di spezzarsi. E così il tacco affusolato dei primi anni ’50 era ancora relativamente spesso. Vivier sperimentò i primi sandali futuristici con il tacco d’acciaio argentato di 10 cm nel 1951 e gli stilisti italiani adottarono il suo stile.

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Roger Vivier per Dior 1957

Nel 1956, in occasione di una fiera commerciale, fu esposto un tacco di plastica nel cui fusto era stato inserito una sorta di tappo d’alluminio che lo rendeva molto più robusto di un tacco di legno. Con questo nuovo stratagemma, i tacchi potevano essere ultrasottili e resistenti, e alla fine degli anni ’50 il tacco da 12,5 cm era diventato di uso comune. I diversi esemplari erano costruiti in modo identico, non diverso da quello impiegato per i grattacieli, con un’anima di metallo racchiusa da un affusolato rivestimento di plastica simile a una trave, a sorreggere il peso della donna che li calza.

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I calzolai apprezzavano molto questo tipo di scarpa perché il piccolo salvatacco doveva essere sostituito di frequente. I dottori ne sconsigliavano l’uso, a causa del rischio di distorsione o frattura a cui le donne esponevano le caviglie. Comunque, alla fine degli anni cinquanta questo tipo di scarpa era l’unico considerato veramente alla moda. Quando i tacchi a spillo erano applicati a modelli a ciabatta, era particolarmente difficile camminarci o perfino tenerli ai piedi, poiché l’inclinazione della suola faceva sbattere il retro della scarpa facendola volare via all’improvviso. Un rimedio a questo inconveniente fu trovato con l’invenzione di un inserto di pelle ed elastico che correva sotto l’avampiede e serviva a tenere la suola in tensione, spingendola verso l’alto per tenere il piede a stretto contatto col quarto anteriore. Creato da Maxwell Sachs nel 1954, questo ingegnoso sistema fu usato per la prima volta quello stesso anno su un paio di scarpe disegnate dalla stilista Beth Levine. Le sue scarpe a calamita, così chiamate perché l’elastico sembrava tenere il piede attaccato alla suola come una calamita, furono realizzate in crepe di seta nera.

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Winklepicker, attribuite a Margaret Jerrold, 1960

Arrivati al 1959, il tacco a spillo aveva raggiunto la sua massima altezza: 15 cm di acciaio affilato ricoperto di materiale plastico, con una punta di ferro che faceva le scintille a contatto con l’asfalto della strada. Più si alzavano i tacchi e più si allungavano le punte delle scarpe, facendole somigliare a rielaborazioni delle “poulaine” del XIV secolo. La nuova versione fu chiamata “winklepicker” dal nome dello strumento usato per togliere le lumache di mare dai loro gusci. L’evidente feticismo di questo look sexy e trasgressivo cominciò a provocare commenti. Ritenuti simbolo di aggressività, di provocazione sessuale e di sfida giocosa, i tacchi a stiletto divennero ben presto l’emblema della ragazza “cattiva”. Negli anni sessanta, lo stiletto registrò un calo di popolarità, contemporaneamente all’avvento di stivali e scarpe a tacco basso, ritenuti più adatti ad accompagnare salopette e minigonne. Tuttavia lo stiletto era destinato a tornare in auge alla fine degli anni settanta e poi negli anni novanta…e a diventare uno degli accessori più sensuali della donna intraprendente.

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Storia della zeppa: tra femminilità e ossessione

di Monia De Tommaso

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Negli ultimi anni le abbiamo viste e riviste, in tutti i colori e materiali, ma la zeppa, quella scarpa sollevata dalla spessa suola che ne sostituisce il tacco, ha una storia ben più antica di quanto possiamo immaginarci.

storia-della-zeppa-coturniPensate un po’: la loro storia inizia nell’ antica Grecia! Nonostante i greci preferissero andare a piedi nudi o utilizzare i sandali, certe categorie sociali portavano una sorta di tacchi, soprattutto per ragioni pratiche. I primi, erano gli attori tragici, i quali, per avere una maggiore visibilità nello scenario, e una presenza più imponente, indossavano grandi maschere e parrucche e i coturni, ovvero scarpe con suola molto alta fatta di sughero e che considerate poco aggraziate, venivano nascoste dalla lunga veste. Oltre agli attori tragici, l’altra categoria sociale che indossava le proto-zeppe, erano le cortigiane o etere, che per rendersi più attraenti, usavano una tipologia di scarpa chiamata baucides, di colore zafferano che spesso aveva anche la suola di sughero, sotto la quale venivano intagliati dei messaggi per pubblicizzarsi. Il risultato? Quando camminava, la cortigiana lasciava sulla sabbia i messaggi che letti dai potenziali clienti, permettevano di essere rintracciate velocemente. Della serie: “Una cortigiana è passata di qui!”. Questa caratteristica di attrazione sessuale delle zeppe, sarà una costante lungo tutta la loro storia.

Le calzature etrusche furono influenzate da quelle greche, tuttavia avevano disegni più elaborati delle seconde, divenendo ben presto le preferite dalle donne greche che compravano le bellissime zeppe etrusche realizzate con cinghie dorate. I romani successivamente recepirono l’eredità di questa calzatura sia dalla conoscenza greca che etrusca. Nel medioevo si fece largo uso di zoccoli, sia piatti sia con il doppio rialzo; nel corso del tempo questi si evolvettero alla fine del periodo nelle più eleganti pianelle o chopines, che potevano essere molto alte e che furono le protagoniste del rinascimento italiano, usati in particolare a Venezia e in Spagna.

Le pianelle venivano indossate soprattutto allo scopo di farsi notare, e divennero sempre più alte fino ad arrivare ai 50 cm (avete letto bene, che ce ne dobbiamo fare del nostro tacco 12?), nonostante le numerose leggi suntuarie che regolavano le altezze a seconda della posizione sociale, consentendo un massimo di 4 o 5 dita. A indossarle furono sia donne che uomini: quelle maschili erano chiuse e più basse (in uso fino al 400), mentre quelle femminili erano spesso aperte dietro e, almeno in origine, avevano lo scopo di permettere a chi le indossava di poter camminare senza sporcarsi di melma, sudiciume e quant’altro si trovava per le strade. Pensate che il loro compito fosse solo questo? Mi dispiace deludervi ma questi veri e propri “trampoli” avevano anche il compito di rendere più controllabili moglie e figlie, grazie alla difficoltà di movimento che comportava indossarle, giacché essendo molto alte, spesso le donne si dovevano servire di due ancelle che le aiutassero a camminare.

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A. zoccolo “a ponte” 1400, B.Pianelle alte, Venezia XVI sec, C. Pianelle, Milano XVI sec, D. Pianelle a punta aperta XVI sec.

Le pianelle si differenziavano non solo per l’altezza, ma soprattutto per il colore, il materiale e le decorazioni. Le più lussuose, adatte a moglie e figlie di re e doge, erano le pianelle in seta con colore paonazzo, morello di grana e cremisino (tutte tonalità di rosso tendente al violaceo o scuro), e con decorazioni in oro o argento. Le donne le amavano perché era uno status symbol dell’epoca: in altri termini, chi le indossava faceva sapere a tutti che apparteneva ad una classe sociale che le consentiva di non dover lavorare; in più avevano un richiamo erotico giacché conferivano un’andatura particolare nel camminare che secondo gli intenditori dell’epoca era più “aggraziata”. Immaginate che ad un certo punto, anche le prostitute inizianorono a portarle, capovolgendo la situazione e facendo sì, che le signore “per bene” dovessero accontentarsi di pianelle di un’altezza più modesta, pena essere scambiate per cortigiane.
Le pianelle continuarono ad essere in uso fino alla fine del XVII secolo, inizio del XVIII, quando venne gradualmente sostituito dal tacco unico posteriore. Secondo alcuni, fu Luigi XIV ad escogitare questa soluzione per sopperire alla sua bassa statura. Grazie Luigi XIV.
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In Italia, la zeppa ritornerà nuovamente in auge nel XX secolo, più precisamente negli anni ‘30, in pieno periodo autartico, quando le sanzioni economiche avevano fatto scarseggiare materiali che fino a quel momento erano stati indispensabili per la fabbricazioni di beni di prima necessità . Questo fatto aguzzò l’inventiva di creatori di moda, stilisti e artisti e in particolare di Salvatore Ferragamo che dopo un grande successo nell’America Hollywoodiana per aver realizzato le scarpe di diverse star, negli anni ’20 tornò in Italia, a Firenze, e aprì il suo laboratorio. Ferragamo fu molto attento all’arte e alla cultura che gli stava intorno ed era dotato di una grande vena sperimentale che dimostrò più volte. Eccone un esempio: quando non poté più disporre dell’acciaio tedesco che gli serviva per costruire i cambrioni metallici (una sua creazione) che erano utilizzati per rinforzare l’arco del piede, decise di cercare un’alternativa che potesse sollevare il tallone, dare all’arco del piede un appoggio stabile e che fosse realizzabile con i materiali a disposizione. E fu così che ebbe una geniale intuizione: inventò la zeppa di sughero, brevettata nel ‘37, che non solo risolveva perfettamente il problema, ma consentiva grandi possibilità di esprimere tutta la sua inventiva.

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Con l’arrivo della seconda guerra mondiale, questa tipologia di scarpa si rivelò un gran successo giacché consentiva alle donne di indossare scarpe alte, ma abbastanza stabili e pratiche senza rinunciare all’eleganza nonostante i tempi che correvano. La moda delle zeppe giunse anche in America appena finì la guerra, grazie al Premio Neiman Marcus (l’Oscar della Moda)che Ferragamo vinse insieme a Christian Dior nel ‘47, con il suo sandalo “invisibile” realizzato con una tomaia con fili di nylon sopra una zeppa scolpita a forma di “F”. Dall’altra, la zeppa si diffuse nel Nuovo Mondo anche grazie ad attrici e ballerine come Katharine Hepburn e Carmen Miranda, che usavano queste scarpe tanto in scena che nella vita privata. Immaginate che Carmen era famosa per la sua grande collezione di zeppe, tanto che il modello con tacco alto e arcuato presse il suo nome, Miranda. La moda della zeppa iniziò a scemare con l’arrivo degli anni ‘50, dal momento che lo stile del momento, il New Look di Dior, imponeva tacchi a spillo.

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Zeppe disco di Elton John

Ma, come non mi stancherò mai di ricordare, la moda è ciclica e le zeppe tornarono con tutta la loro forza e visibilità negli anni ‘70 con la musica disco e il glam rock, dove pantaloni a zampa d’elefante e colori sgargianti diventavano i suoi compagni inseparabili. Queste zeppe esagerate in altezza, realizzate nei più improbabili accostamenti e materiali, erano usate tanto da donne che da uomini; basti pensare ad Elton John, David Bowie, a John Travolta che li indossava nel film La febbre del sabato sera”e ai Kiss.
Finita la moda della musica disco, le zeppe sono sparite per un decennio, per poi tornare negli anni ‘90 in stivali, sandali e nelle scarpe sportive come le sneakers, pubblicizzate in giro per il mondo da figure di rilievo come le Spice Girls. Non le avete dimenticate vero?

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Nel nuovo secolo, le zeppe sono una moda che va e viene a piacere, ma dopo quasi 80 anni, continuano sullo stile iniziato da Ferragamo: tanto sughero nelle suole, sperimentazione di materiali e colori vibranti; ma ora, con un pizzico degli anni ‘70: l’altezza.

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la rete 🙂

di Monia De Tommaso

Storia del costume da bagno [parte II]

Nella prima parte di questo articolo abbiamo visto come da un castissimo abbigliamento da spiaggia si era passato al all’antenato più vicino del nostro costume da bagno. Proseguiamo dunque con la prima metà del Novecento. Gli esperti di moda dell’epoca raccomandavano fatture che non infagottassero la figura, realizzate con tessuti di ottima qualità, in genere lana blu, nera, bianca o rossa, e gli eventuali decori. La lana continuava a essere preferita rispetto al cotone in quanto, essendo più pesante, una volta bagnata non aderiva al corpo e non diventava trasparente.

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Negli anni Dieci, per il nuoto fecero la loro comparsa le prime cuffie da bagno sportive, simili a quelle attuali. Si diffuse l’uso della maglia per la confezione dei costumi, mentre la cintura scese sui fianchi. Nel 1920 Coco Chanel, impose la moda della donna bella solo se tutta abbronzata: finalmente la tintarella non era più condannata. Nel corso degli anni Venti molti dei vincoli legati alla moda si sciolsero. Costumi da bagno più ridotti si caricarono di nuovo significato quale espressione di una ritrovata libertà femminile.

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Costituiti da gonnelline in taffetas o shorts a metà coscia o coulottes, i nuovi costumi da bagno divennero sfiancati e aderenti e visibilmente più corti. Ricordate la nuotatrice Annette Kellermann di cui ho scritto nella prima parte di questo articolo? Ebbene, dei costumi atletici in jersey di lana sul modello di quello da lei indossato, presero il suo nome: smanicati e leggermente scollati in tondo sia davanti che sul dorso, erano disponibili in nero o in colori base, spesso con disegni geometrici tipo strisce o moderno design astratto. I cappellini di piquet bianco o le cuffie da bagno per proteggere le acconciature a  caschetto erano onnipresenti.

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Ritrovata la passione per il sole e per il mare grandi sarti e couturiers di alta moda si dettero da fare per dire la loro: furono disegnati modelli di costumi in seta e tessuti pregiati. Semplicità ed eleganza regnavano sovrane.

Alla fine degli anni Venti il pigiama divenne la novità balneare: larghi pantaloni lunghi e morbidi, portati con bluse senza maniche, cinture a fascia allacciate in vita e giacche. I capelli corti, spesso erano coperti da fazzoletti annodati dietro il capo che coprivano la fronte.

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Negli anni ’30 invece nacquero gli antenati del due pezzi: pantaloni corti legati a corpetti tramite sottili strisce di stoffa (per curiosità la prima italiana ad indossarli al mare, con grande scalpore dell’opinione pubblica e gran divertimento di Pirandello, fu l’attrice Marta Abba); fu allora che nacquero anche i lunghi accappatoi in spugna che permettevano alle bagnanti di uscire dall’acqua e coprirsi immediatamente senza dare scandalo.

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Silvio d’Amico e Marta Abba

Per il nuoto vennero proposti costumi mascolinizzati: maglia lunga in tricot a tinte scure a cui vennero abbinati calzoncini allacciati in vita da una cintura. Per la cura del sole invece si predilessero costumi in taffetas o in seta a tinte chiare. Dominavano il bianco e blu. Si trovavano spesso coordinati di giacca e borsa da spiaggia in spugna con decori marinari. In Italia esplose la moda della cintura Valaguzza, un sofisticato accessorio costituito dalla cintura in lana corredata da una fibbia capace di contenere specchietto e trousse da trucco, ed eventualmente anche le sigarette. La magica cintura consentiva alle signore veloci toilettes per rinfrescare il trucco anche in mezzo ai flutti.

Dal 1931 le idee salutiste sui benefici del sole e dei suoi raggi, fecero ridurre ulteriormente la stoffa con cui venivano confezionati i costumi da bagno e da cura del sole.
Le scollature sulla schiena si ampliarono, e dal 1932 i pantaloncini si staccarono del tutto dal corpetto. I costumi, realizzati in jersey, aderivano al corpo slanciando la figura; si diffuse la moda del pareo, da portare lungo o corto, indifferentemente.

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Dal 1937 i costumi, ormai in tessuto di seta elasticizzato, furono sempre più spesso costituiti da corti pantaloncini legati in vita e reggiseno. Le fantasie che andavano per la maggiore erano colorate stampe a fiori, mentre si diffondevano le vestaglie da portare sopra il costume: lunghe e ampie, fatte a redingote con cintura in vita.
Nel 1939 la casa di moda Jantzen lanciò il primo due pezzi “ufficiale”; il reggiseno era in realtà un bustino che copriva l’ombelico (e solo nel‘49 divenne un reggiseno vero e proprio), mentre i pantaloncini arrivavano sotto l’anca.

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Con gli anni Quaranta si assistette a una moda condizionata dalla guerra e dalla scarsa reperibilità di tessuti di buona qualità. La fantasia cercò di supplire a queste mancanze. Comparvero così vestagliette più corte, decorate con ritagli di stoffa, e ingegnose guarnizioni fai da te.

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Una grande rivoluzione arrivò nel 1946, ad opera dello stilista svizzero Louis Réard con il lancio del sarto francese Jacques Heim: a Parigi infatti, fece la sua comparsa il bikini. Nessuna modella famosa volle sfilare con quella roba svergognata, e così Rèard lo fece indossare a una ballerina-spogliarellista del Casino, Micheline Bernardini (img. in basso). La ridotta mutandina che lascia scoperto l’ombelico, provocò un autentico choc. Ci vollero anni e bagnanti audaci e coraggiose prima che il bikini entrasse nell’abbigliamento comune da spiaggia. Intanto si vedevano i primi pantaloni alla pescatora, i grandi cappelli di paglia, fusciacche e sciarpe, in una profusione di tessuti a pois, a quadrettini, ornati con spighette o sangallo.costume-da-bagno-micheline-bernardini-5-luglio-1946
Negli anni Cinquanta il costume a due pezzi era ancora considerato succinto ed il bikini era ancora bandito: spesso il suo uso in luogo pubblico veniva punito dalle forze dell’ordine per oltraggio al pudore. La moda ufficiale proponeva prendisole al ginocchio, bustini doppiopetto con gonnelline a godet. Il costume più diffuso era quello intero (magari con scollatura a cuore e sostenuti da stecche), con gonnellino stretto e aderente. A Capri si incominciarono a vendere i primi shorts, con camicette annodate al giro spalla, e pantaloni alla pescatora.

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I tessuti usati erano il rasatello e popeline, mentre le giacche a tunichetta da portare sopra i calzoncini corti erano in piquet, spesso a righe verticali che slanciavano la figura. L’eleganza storica di posti come Capri e Portofino, impose una moda semplice, ma di grande classe: bermuda al ginocchio, casacche con cappuccio, e in testa, per il bagno, turbante di spugna o cuffia di petali di gomma, di gran moda alla fine degli anni Cinquanta. I sandali erano di paglia o di pelle ma furoreggiano anche le ballerine basse. Grandi camicioni infine erano usati anche per cambiare il costume in mancanza della cabina.

costume-da-bagno-brigitte-bardotI favolosi Sessanta iniziano senza portare grandi cambiamenti: baby-dolls, costumi interi, fantasie a quadrettini sono sfoggiati dalle grandi del tempo, icona tra le icone Brigitte Bardot. Inevitabilmente, la nuova ed epidemica moda optical si ripercuote anche nelle fantasie dei costumi. I bikini avevano reggiseni imbottiti e slip allacciati sui fianchi, con ricami, perline, tessuti a uncinetto. Virali divennero le fantasie di Emilio Pucci su borse, copricostume e bikini. La Du Pont lancia la rivoluzionaria lycra che garantisce aderenza al corpo e asciuga velocemente.

La moda degli anni Settanta invece fu influenzata dagli Hippies e dai figli dei fiori: i costumi persero le imbottiture o strutture particolari, divennero ridotti, i reggiseni a triangolo e i sandali con zeppa in sughero altissima.

Nel 1972, sulla spiaggia di Ipanema (Rio de Janeiro) la signora italo-brasiliana Rose Di Primo, per farsi notare in una festa in spiaggia, modificò la parte di sotto del suo bikini inventando il “tanga”: la cosa ebbe un clamore enorme tanto che la leggenda vuole che la poveretta, sconvolta da tanto scalpore e cacciata ignominiosamente dalla famiglia, si chiudesse in convento.

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Da allora la trasformazione delle dimensioni del costume non si è fermata e continuando a ridursi progressivamente è arrivato sino ai giorni nostri, tra revival di stili, costumi interi, olimpionici e bikini, in una sfilata di modelli che ogni anno, con l’arrivo dell’estate, si rinnovano.

Vi lascio con due chicche. Buona visione!


FONTI DELLE IMMAGINI:
http://www.vintaged.it/guida-ai-costumi-da-bagno-vintage/
https://lostindrawers.wordpress.com/2011/06/23/the-swimsuit-a-history-of-twentieth-century-fashion-1900s/
http://moda.pourfemme.it/foto/look-anni-30_9523_34.html
http://it.paperblog.com/legata-ad-un-granello-di-sabbia-storia-del-costume-da-bagno-1708046/
http://www.placidasignora.com/2010/07/16/storia-dei-costumi-da-bagno-femminili-dai-gonnelloni-ai-fili-interchiappali/
http://lily-patricia.blogspot.it/2014/05/evolution-of-swimsuit.html

di Monia De Tommaso

Storia del costume da bagno [parte I]

Tutti al mare! Infiliamo rapidamente il nostro costume da bagno preferito. Prendiamo l’ombrellone forza! E la crema solare? Corri corri che si fa tardi! Hai preso l’asciugamano? Forse sarebbe meglio portare anche uno specchio. Non c’è tempo, non c’è tempo, corri!
Insomma, la nostra estate profumata di salsedine non perde la sua caratteristica frenesia. Ma ci siamo ricordate di portare tutto? Siete sicure di non aver dimenticato proprio nulla? Neanche com’era l’antenato del luccicante bikini che sfoggiamo in spiaggia? Portiamo un pizzico di storia in questa nostra estate ricca di sole e sale!

La storia del moderno costume da bagno affonda le sue radici in un passato che appare remoto: immaginate che in Sicilia, in Piazza Armerina, esiste un mosaico romano che risale al III sec. d. C., raffigurante una dozzina di donne che giocano abbigliate con indumenti che ricordano in modo inconfondibile il moderno bikini!

Costume a due pezzi usato dalle donne romane nelle palestre
Ciò che tuttavia rende affascinante la storia recente del costume, è il velocissimo processo di riduzione, in termini di misura, che ha caratterizzato l’abbigliamento da bagno durante il secolo scorso.

Nell’antichità era poco diffusa la pratica di immergersi in mare. Erano frequenti le abluzioni alle terme, ma senza utilizzo di particolari abbigliamenti. Il Medioevo e il Rinascimento non introdussero cambiamenti significativi: ci si immergeva generalmente senza vestiti, salvo qualche mise da bagno documentata fin dal 1400, caratterizzata da corpetto con spalline e gonna, a volte completata da un turbante.

La moda dei bagni si diffuse a Parigi dal 1750, sia in laghetti o fiumi, sia in mare. Fu proprio in questo periodo che iniziò a diventare di moda viaggiare per godere delle benefiche proprietà della natura e, quindi anche, delle salutari proprietà dell’acqua di mare. Per queste occasioni venne creato un abito in tela spessa da marinaio con corpetto e calzoni, spesso coperti da una grande gonna che inevitabilmente a contatto con l’acqua si gonfiava come un pallone.

Dal XIX secolo le donne cominciarono ad immergersi in mare avvolte in abbondanti mantelli chiusi al collo.

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E se non ci si immergeva in acqua, o appena ci si usciva, si stava in spiaggia con leggeri abiti da città, di colore chiaro, con tanto di guanti e parasole, per proteggersi dai raggi ed evitare la tintarella, caratteristica delle classi inferiori. La pelle delle nobildonne doveva essere diafana.

Brevi esposizioni al sole, per scopi terapeutici, vennero consigliate dai medici solo a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. I costumi da bagno erano caratterizzati da pantaloni gonfi al polpaccio, completati da un abito lungo fino al ginocchio, stretto in vita e dalla gonna ampia. Le calzature, sopra alle lunghe calze nere, erano scarpine allacciate, e il capo era protetto da cuffiette (img. in basso a sinistra). Subito dopo il bagno, per restare al riparo da sguardi indiscreti, le bagnanti infilano ampi accappatoi forniti di cappuccio.

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Negli anni settanta del XIX secolo gli abiti si accorciarono leggermente e le gonne delle sopravvesti si fecero meno ampie. I completi si arricchirono di nastri e spighette bianche e blu secondo la moda alla marinara, con il collo rettangolare sul dorso. Il tessuto più usato era la flanella (img. in alto a destra).

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Verso la fine del secolo comparvero le prime magliette a righe bianche e blu, i decori con oggetti marinari, fino alle decorazioni e ai fronzoli che accompagnavano gli ultimi anni dell’Ottocento.storia-del-costume-da-bagno-anni-10 Maniche a sbuffo e bustini sotto il costume per mettere in evidenza il vitino sottile, gonnellini a campana, pantaloni più aderenti o alla zuava, il tutto confezionato in sergia (stoffa diagonale) di lana, il tessuto più diffuso, in genere nei colori blu, nero e rosso (img. a destra). Le scarpine erano più leggere e traforate per lasciare passare l’acqua, munite di lunghe stringhe da allacciare intorno alla caviglia, mentre in testa furoreggiano foulards in tessuto impermeabile da annodare sopra alla testa.

Una piccola rivoluzione si ebbe ai primissimi del Novecento in Francia grazie al sarto storia-del-costume-da-bagno-annette_kellermanPaul Poiret detto Le Magnifique, che impose per uomini e donne costumi sempre di maglia, ma più aderenti. Il costume da bagno tuttavia continuava ad avere il suo aspetto castigato e guai a mostrare di più! Basti ricordare che nel 1906 una nuotatrice australiana, Annette Kellerman (a sinistra), si presentò a una gara negli USA indossando un costume intero fatto a tutina che lasciava scoperte le cosce: fu arrestata, multata e immediatamente rimpatriata con foglio di via.

Tra il 1900 e il 1920: gli abiti si accorciarono leggermente, le calze non venivano più necessariamente indossate e vennero di poco ampliate le scollature. I colori divennero più chiari, comparvero le prime camicie da bagno, simili a camicie da notte bianche. Si diffondeva la linea “Impero”, senza tagli in vita.
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Nel frattempo diventava una consuetudine il soggiorno estivo al mare. Questo nuovo tipo di villeggiatura, che si affiancava alla tradizionale campagna, comportava anche nuove attrezzature da spiaggia e la comparsa dei primi stabilimenti balneari. Anche la cura del corpo e la cultura dei bagni di sole e di mare si imponeva, e le attività sportive all’aperto richiedevano abbigliamenti adatti, comodi e pratici. Comparvero così i costumi interi e lunghi pagliaccetti aderenti. Le basi del moderno costume da bagno furono gettate.

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FONTI DELLE IMMAGINI:
https://storiadellamodafemminile.wordpress.com/2014/07/23/moda-stile-impero-moda-contemporanea-tra-le-donne-romane/
https://www.mulino.it/edizioni/primopiano/foto/ghigi_foto.htm
https://www.etsy.com/it/listing/209643205/costume-da-bagno-vittoriano-modello
http://www.vintaged.it/guida-ai-costumi-da-bagno-vintage/
https://claudiagrazianofashiondesigner.wordpress.com/2013/08/08/tempo-di-mare-tempo-di-costumi-da-bagno/
http://www.placidasignora.com/2010/07/16/storia-dei-costumi-da-bagno-femminili-dai-gonnelloni-ai-fili-interchiappali/
https://lostindrawers.wordpress.com/2011/06/23/the-swimsuit-a-history-of-twentieth-century-fashion-1900s/
http://www.vintaged.it/guida-ai-costumi-da-bagno-vintage/
http://ninali4love.com/shop/hello-world/

di Monia De Tommaso

Pagella degli Oscar 2015: promossi e bocciati

Pensavate mi fossi dimenticata degli abiti indossati dalle celebrità durante gli Oscar 2015? Gli impegni mi hanno tenuta lontana dalla pubblicazione di questo articolo ma la serata degli Oscar non passa mai inosservata, soprattutto i look sfoggiati dalle star sul famoso red carpet.
Quale è stata la star più glamour all’87esima edizione degli Oscar?

Le più brave della classe: a rimanere negli annali dell’eleganza della magica notte del cinema sono, a mio avviso, Gwyneth Paltrow, romantica ma moderna, Lupita Nyong’o, vestita di perle, ed Emma Stone che punta sul giallo, un colore difficile, ma gettonatissimo di quest’anno, risultando meravigliosa. Felicity Jones invece, nel suo Alexander McQueen sembra una principessa.

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Le sorprese: sul loro stile, ad essere sincera, non avrei puntato più di tanto. Eppure mi hanno sorpresa e convinta: Laura Dern, guerriera chic inguainata in una corazza metallica, Jennifer Aniston che di solito non mi convince ma che, in questa occasione, merita un applauso grazie al suo sensuale abito Atelier Versace. Infine aggiungerei anche la più modesta tuttavia convincente Keira Knightley che ha lasciato a casa il cattivo gusto inglese affidandosi all’infallibile Valentino.

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Appena sufficienti: come ogni anno ci sono anche quelle attrici che, mi dispiace per loro, hanno toppato. Chi più chi meno. Jessica Chastein, di suo deliziosa, opta per un abito piuttosto anonimo e decisamente poco memorabile. Idem Sienna Miller, graziosa ma nulla di più di una spennellata nera. Tutte da capire (chissà se ce la farò mai davvero) anche la mises di Marion Cotillard, l’outfit corallo di Solange Knowles, quello giallo canarino di Nicole Kidman e l’Armani di Naomi Watts aperto sui lati. Anche la divina Cate Blanchett così come Reese Witherspoon e la premiata Julianne Moore, per una volta, non mi lasciano a bocca aperta. Mi strappano un semplice: beh, carina…e nulla più. La neo mamma Scarlett Johansson nel suo abito verde smeraldo ci sta divinamente tuttavia proprio non riescono a convincermi i capelli. I’m sorry.
Poi, scusate: ma Jenesis Rodriguez e Zendaya Coleman hanno lo stesso vestito di Vivienne Westwood? Se non è lo stesso abito devo dire che la somiglianza è sorprendente e sinceramente per quanto mi riguarda è un doppio flop.

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Bocciate: Come ogni anno, c’è anche chi vince il premio come peggior look della serata. A mio giudizio, quest’anno va necessariamente assegnato a Lady Gaga (in Azzedine Alaia) e Lorelei Linklater (in Gabriela Cadena), figlia del regista Richard e protagonsitra del suo film Boyhood. Constatate con i vostri stessi occhi…

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Senza onore e gloria poi ci sono altre celebrità che non eccedono ma allo stesso tempo restano piuttosto anonime:

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Che dite, vogliamo riservare un piccolo spazio anche agli uomini? Jared Leto (in Givenchy) ha deciso di evitare parrucchiere e barbiere come la peste; sul vestito non ho parole ma d’altro canto non è la prima volta che si tuffa nel cattivo gusto come se non ci fosse un domani.

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Eddie Redmayne mi lascia perplessa ma d’altro canto con la sua interpretazione in La teoria del tutto si fa perdonare. Impeccabili Bradley Cooper, Channing Tatum e Chris Evans.

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Dunque, voi sareste così clementi? Chi promuovereste e chi boccereste?

FONTI DELLE IMMAGINI:
http://www.vanityfair.it/fashion/red-carpet/15/02/23/oscar-2015-i-look-delle-star-sul-red-carpet?utm_source=facebook&utm_medium=cpc&utm_campaign=fashion_OscarChivesteChi
http://www.ilmondoemio.it/index.php/oscars-2015-tutti-gli-abiti-delle-stelle-di-hollywood/
http://www.vanityfair.it/show/cinema/15/02/22/oscar-2015-red-carpet-foto

di Monia De Tommaso

La moda femminile dal XII al XIII secolo [Seconda parte]

Dopo aver dato uno sguardo generale all’abbigliamento femminile nell’alto medioevo nella puntata precedente, passiamo ora alle acconciature e ai suppellettili.

Le donne più giovani portavano solitamente i capelli con la scriminatura al centro e due trecce che
scendevano sul petto (talvolta anche fino alle ginocchia!) o raccolte in vario modo a lasciare scoperta la nuca. Le vedove e le suore, invece, portavano un ampio copricapo di tessuto leggero che nascondeva completamente i capelli, le tempie, il collo e la parte superiore del busto.

Le calzature, solitamente stravaganti e con le punte all’insù, potevano essere di vario tipo: alte o basse, chiuse o aperte, con o senza linguetta; di cuoio, di feltro, di tessuto, foderate di pelliccia. La moda prediligeva i piedini minuscoli, i tacchi abbastanza alti, il passo ondeggiante e accuratamente studiato.

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Per quanto riguarda i gioielli, divenne molto comune per l’aristocrazia del periodo usare pietre variopinte e metalli lucenti.
Accessori fondamentali erano i copricapi, tra i quali il modello più diffuso era la corona turrita, una fascia circolare su cui si appoggiavano merli con applicazioni di pietre e perle. Un’acconciatura comune era realizzata con bende o nastri, detti anche intrezatorium, che venivano intrecciati nei capelli. A Venezia nel XIII secolo nacque un copricapo che ebbe molta fortuna in tutto il Medioevo: l’hennin, a forma di cono rigido, in velluto o in seta, al cui vertice veniva applicato un velo o un pizzo. Le fate delle fiabe di origine medievale, infatti, vengono tutt’oggi rappresentate con questo copricapo.

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I vestiti medievali dovevano essere comodi, pratici, durevoli, ma soprattutto rappresentativi. L’affermarsi dell’ideale cortese contribuì in tal senso a diffondere l’importanza del proprio status, anche attraverso i propri vestiti e con il passare degli anni assunse sempre più importanza il valore simbolico delle vesti indossate: ricchezza e classe sociale devono saltare agli occhi.
Come potete ben immaginare gli abiti dei contadini erano totalmente differenti rispetto a quelli dei nobili. Erano generalmente fatti con tessuti a buon mercato, casacche e mantelli erano più corti (per risparmiare sulla stoffa) e non si indossavano né calze né scarpe (a meno di rudimentali zoccoli in legno). Tutti viaggiavano a gambe nude e non portavano copricapo.
Ciascuno doveva indossare gli abiti del proprio rango senza oltrepassare i limiti fissati. L’ordine sociale costituito doveva rimanere tale anche nelle apparenze, la trasgressione, in tutti i settori della società, non veniva tollerata, anzi diventava pretesto per diffidare di chi la praticava.

Le tecniche di lavorazione erano segrete, condizione essenziale affinché i manufatti fossero considerati”esclusivi”, gli stessi tessitori, considerati alla pari degli artisti, erano chiamati a preservare il “mistero” delle raffinate e antiche tecniche. I vestiti della corte erano vere e proprie opere d’arte.

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– La camicia aveva il tessuto che variava a seconda delle possibilità economiche della cliente, le donne di alto rango sociale tendevano a impreziosire gli abiti con guarnizioni ricamate o liste di tessuto frappato (in frange) lungo i bordi e la scollatura. La moda dei bottoni in oro, argento e pietre preziose nasce in Francia nel XIII secolo per poi diffondersi lentamente in tutta Europa.

– Le tuniche delle donne nobili erano confezionate in zendàli (seta simile al taffetà), broccati (velluti impreziositi da fili d’argento e d’oro), sete e damaschi importati dall’Oriente, dall’Egitto e dalla Sicilia, il cui consumo in Europa aumenta notevolmente nel corso del XII secolo. Senza dimenticare ovviamente le decorative applicazioni di perle e pietre preziose. Le donne del popolo e delle campagne non potevano assolutamente permettersi tessuti come quelli sopra citati. Queste ultime adoperavano tessuti semplici come lino e cotone, d’inverno si coprivano con abiti in lana, il feltro e il panno, il cui modello di base rimane lo stesso.

moda-femminile-medioevo-god-speed-john-william-waterhouse– La guarnacca aveva le maniche foderate di pelliccia, il pelo infatti era rivolto verso il corpo, mentre il lato esterno veniva ricoperto di tessuto. Le pelli derivanti da fauna d’importazione (castoro, zibellino, orso, ermellino e vaio) erano molto pregiate, mentre meno apprezzate erano quelle provenienti dalla fauna locale (lontra, volpe, lepre, coniglio, faina, agnello). Le pelli venivano cucite all’interno delle maniche o fra le due stoffe dei soprabiti imbottiti. Le più comuni, come il coniglio, venivano tinte di rosso e usate per decorare i polsi e l’orlo inferiore delle tuniche.

Anche i colori e le fantasie esprimevano diversi stati sociali: il rosso era il colore preferito dai potenti, seguito da bianco e verde; grigio e marrone invece, per la scarsa lucentezza, restavano i colori del popolo.
Inoltre le stoffe più costose erano quelle a più colori mescolate e dalle fantasie più disparate (disegni di fiori e fronte, disseminate di pois o variamente rigate) a differenza delle stoffe a tinta unita, decisamente più economiche.
È interessante sottolineare come il Medioevo si differenzi dalle epoche che lo precedono proprio per questo senso del colore, assente fino ad allora. Addirittura la luminosità del colore stesso era un indice fondamentale per i giudizi dell’epoca: i colori che emanavano più luce erano i più apprezzati, mentre venivano scartati quelli che all’epoca non era possibile (perché alcune conoscenze tecniche non erano ancora disponibili) rendere luminosi.

Curiosità: naturalmente i nobili erano coloro che potevano sfoggiare gli abiti più sfarzosi e preziosi,
ed è proprio contro questo abuso di lusso che a Bologna nel 1401 lo Statuto suntuario impose precise limitazioni al lusso degli abiti e prescrisse di far bollare le vesti, precedentemente confezionate, che esulassero dalle nuove norme statuarie.

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di Monia De Tommaso

La moda femminile dal XII al XIII secolo [Prima parte]

Dopo la definitiva affermazione del Cristianesimo, proclamato religione di stato nel 381 d.C., non vi furono sostanziali mutamenti nella moda per parecchi secoli, e i canoni dell’abbigliamento rimasero fissati a quelli dell’epoca tardo romana. Una delle cause fu l’ondata di depressione economica che attraversò l’Europa fino al Mille e che superata, comportò il sorgere dei Comuni.
La Chiesa condannò la carne e raccomandò la massima modestia nel vestire. E’ proprio per questo motivo che i vestiti agli inizi del millennio erano tinta unita, raramente ricamati o addobbati e lunghi perché proteggessero il pudore, e dovevano coprire tutto il corpo.

moda-femminile-nel-medioevo-Jephthah's_daughter_laments_-_Maciejowski_BibleSia le donne che gli uomini indossavano delle tuniche sovrapposte e poco modellate che si infilavano dalla testa. La differenza sostanziale era nell’intimo. Potete dimenticarvi le mutande: la donna del Medioevo non le portava; ebbene sì, le donne non portavano le brache ma in difesa del loro pudore c’è da aggiungere che talvolta si cingevano il petto con un velo di mussolina a mo’ di reggiseno e come intimo usavano una tunica detta camicia. Ma è meglio andare nel dettaglio. Dagli atti e dalle cronache di epoca federiciana sappiamo che l’abito femminile era composto da tre capi: la camicia (testimoniata a Bari a partire dal 1021 con il nome di càmiso), la tunica (o gonnella) e la guarnacca (sopraveste).

– La camicia, detta anche interula o sotano era una specie di sottoveste lunga fino ai piedi con scollatura più diffusamente quadrata, confezionata solitamente (per i vestiti più semplici) in lino e cotone leggero e disadorna di bottoni e tasche che ancora erano sconosciute.

– Sulla camicia le donne infilavano la tunica, un abito lungo e dallo scollo sempre ampio e rotondo, di tradizione bizantina, dalle maniche molto larghe, che spesso aveva dei profondi spacchi sui fianchi per lasciare intravedere la camicia sottostante di diverso colore.

– La guarnacca era una sopraveste, aperta sul davanti, con maniche ampie e pendenti fino all’orlo.

Gli abiti femminili poi erano fermati in vita da cordoncini o cinture di cuoio intrecciato, di seta o di lino, ricamate e ornate di laminette d’oro o dipinte con smalti. Tutte le cinture ad ogni modo erano sapientemente allacciate in vita: un primo giro all’altezza della vita, un nodo sui reni, poi un secondo giro all’altezza dei fianchi, un nuovo nodo all’altezza del bacino ed infine si lasciavano cadere le estremità in due bande uguali fino a terra. Semplice no?

Le calze erano simili a quelle degli uomini ma sempre sorrette da giarrettiere, perché non potevano essere agganciate alla cintura delle brache.
Ma all’essere umano piace complicarsi la vita, così nella seconda metà del 1100 comparve una tunica detta bliaut (sopraveste), caratterizzata da lunghe maniche a farfalla dette anche maniche ad angelo che ritornarono ad essere attillate nel 1300. Inoltre la sopraveste si modellò sempre di più al busto e ai fianchi probabilmente grazie a delle stringature sul dietro o sui fianchi.

moda-femminile-dal-XII-al-XIIITuttavia la vera novità del primo Duecento fu la tunica che si allungò sul dietro a formare lo strascico: per poter camminare la dama doveva raccogliere la gonna davanti e doveva assumere una posizione eretta con il busto leggermente arretrato. Tale postura di tono aristocratico era sottolineata ulteriormente dallo strascico dei veli che partivano dalla sommità del capo. Le vesti dunque erano l’emblema della semplicità, linearità e pulizia. Facevano eccezione i mantelli che talvolta potevano riprodurre immagini a loro volta in tinta unita e non necessariamente intonati con il resto dell’abbigliamento.

Non fatevi trarre in inganno da alcuni bottoni rappresentati in alcune testimonianze iconografiche: questi erano usati come ornamento; con la loro funzione moderna verranno inventati solo alla fine del XI! Se nell’antica Roma le chiusure di abiti e mantelli erano ottenute con lacci, fibbie e spille i bottoni si diffusero ampiamente in Europa durante il Medioevo tanto da essere menzionati (per la prima volta) niente di meno che nel poema La Chanson de Roland anche se vi figurano come piccole cose senza valore.

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A partire dal XII secolo i mantelli vennero chiusi con doppi bottoni che si infilavano in due occhielli, e potevano essere sferici, piatti, di cuoio o di tessuto, d’osso, di corno, d’avorio o di metallo. Il mantello si prestava ad una grande varietà di invenzioni quanto alla forma, alla lunghezza, alla decorazione, alla materia usata.

I tessuti per le tuniche erano la lana, usata per le sottovesti invernali; in estate invece c’erano il lino e la seta rispettivamente per i ceti bassi e alti. Potevano essere usati anche altri tessuti come il raso o il bisso, ottenuto da un filamento che secernono alcuni molluschi (Pinna nobilis) e la cui lavorazione era sviluppata nell’area mediterranea.

I vestiti nel Medioevo dovevano dunque svolgere tre funzioni fondamentali: coprire tutto il corpo (per pudore non era infatti possibile mostrare alcune parti del proprio corpo in pubblico), proteggerlo dal freddo e allo stesso tempo abbellirlo. L’unico modo per rispondere a tutte queste esigenze era quello di vestire tuniche e mantelli lunghissimi dalle maniche larghe e lunghe fino a coprire le mani.

moda-femminile-nel-medioevo-john-william-waterhouse-lancelot-and-guinevereIl motivo per cui le donne medievali non potevano indossare abiti corti e scollati (a differenza delle fortunate greche e romane vissute qualche centinaio d’anni prima) si riscontra in alcuni testi che fanno ben intendere quale fosse la mentalità, certamente chiusa, che voleva una donna interamente coperta per tre motivi:

1. La donna indossando abiti lunghi copriva le caviglie, considerate zone erogene
2. La donna indossando abiti accollati copriva il seno, anch’esso considerato zona erogena
3. La donna indossando abiti lunghi e accollati, infine, si contraddistingueva in modo netto dalla prostituta.

Le prostitute infatti vestivano in modo decisamente eccentrico, provocatorio perché avevano abiti che erano più corti e molto scollati, dai colori vivaci e non necessariamente in tinta tra loro.
Tuttavia bisogna aggiungere che intorno alle donne perbene aleggiava un’aurea di pudore in realtà solo apparente. Ricordate la camicia che usavano sotto gli indumenti? Ebbene, questa era più lunga rispetto alla tunica che indossavano di sopra. Ciò fa supporre che in quei tempi la moda volesse qualcosa di provocatorio. Il fatto che una donna indossasse una veste intima sotto e che questa, soffice e candida, fosse visibile dalle caviglie ai polpacci (le zone considerate erogene e che bisognava assolutamente coprire) sembrava proprio essere un invito a fantasticare rivolto al maschio: inaudito considerando l’epoca medievale in cui tutto era peccato o tentazione!

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di Monia De Tommaso

Bisanzio e la moda contemporanea

Costantinopoli, che in origine era la piccola colonia greca Bisanzio e attualmente è Istanbul, e la sua corte imperiale sono da sempre un’inesauribile fonte di ispirazione per il mondo della moda.

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Diversi stilisti hanno dedicato intere collezioni alla figura dell’imperatrice Teodora, esempio di bellezza e ricchezza. Ad esempio, Romeo Gigli, si ispirò a lei per realizzare la sua prima collezione parigina per l’autunno-inverno 1989-1990 intitolata proprio Teodora. Gigli riprende le forme, i tessuti, i decori e i ricami bizantini e li rende contemporanei.

In passerella ritroviamo delle moderne Teodora con abiti dai decori che rendono l’insieme regale e opulento. I colori dominanti dell’intera collezione sono verde, viola e porpora, colore imperiale per eccellenza. I tessuti sono preziosi, riccamente decorati con ricami e pietre applicati mentre gli accessori rimandano a quelli indossati dall’imperatrice Teodora e rendono l’insieme ancora più sontuoso ed elegante.

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Ora spostiamo la nostra attenzione su un altro stilista di eccezione probabilmente ispiratosi alle opere racchiuse nel Duomo di Monreale o nella cappella Palatina di Palazzo dei Normanni a Palermo. Mi riferisco a Domenico Dolce e Stefano Gabbana per la loro sfilata dell’autunno-inverno 2013-2014 hanno fatto sfilare strepitosi i capi accompagnati da ori la cui opulenza fu nota a Bisanzio. Ricami, applicazioni, intarsi, tutto è accostato con maestria; il pizzo nero è immancabile con la sua sensualità, mentre tuniche azzurro-cielo sono tempestate di cristalli e abiti immacolati sono impreziositi da intagli a-jour. La chiusura dello spettacolo lascia tutti a bocca aperta con modelle vestite di rosso fuoco.
La make up artist Pat Mcgrath invece ha reso impeccabili tutte le modelle perchè l’attenzione non venisse distolta dal loro viso (i capelli infatti sono trattenuti e raccolti) per permettere di sottolineare al meglio carnagione, occhi, labbra.bisanzio-e-la-moda-contemporanea-karl-lagerfeld
In questo articolo tuttavia ho un occhi di riguardo per la straordinaria collezione di Chanel che Lagerfeld ha fatto per l’autunno-inverno 2010-2011, la Paris-Byzance. Qui l’attenzione di Lagerfeld è tutta rivolta ai decori, ai dettagli, ai colori e agli accessori.
Le atmosfere bizantine sono palpabili grazie ad abiti realizzati seguendo le indicazioni dell’epoca. Ne sono riprese le forme geometriche, i riferimenti ai mosaici, i gioielli, i decori e i ricami. L’abbigliamento bizantino non è mai stato così contemporaneo. La sua donna indossa lunghi cappotti con mantelline che ricordano i sopraomerali, vestiti decorati con oro e pietre, gli stivali e le scarpe rimandano alla storia e ai mosaici della basilica di Sant’Apollinare a Ravenna.

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Mosaico che rappresenta Teodora e modella dalla sfilata della collezione Paris-Byzance

Incredibile anche la collaborazione di Peter Philips che ha curato le acconciature e i make-up. Nulla è stato lasciato al caso. Le teste delle modelle sono cinte da diademi, i capelli intrecciati con ornamenti di pietre preziose e di perle. Il trucco invece è basato sull’uso di due colori principali: il rosso che tende al porpora e l’oro, tipici colori bizantini.
ll maquillage ha preso ispirazione dalle immagini della bellissima Teodora.
Ma per comprendere meglio il make-up bisogna fare una piccola digressione sulla bella imperatrice.

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Maquillage per la sfilata della collezione Paris-Byzance e mosaico con l’immagine dell’imperatrice Zoe

Da giovane Teodora fu attrice e danzatrice, per alcune fonti prostituta, e partorì due figli da un uomo sconosciuto alla storia. Nell’anno 520, all’età di vent’anni, ebbe una crisi spirituale che cambiò radicalmente la sua vita; e fu proprio in quel periodo incontrò Giustiniano che si innamorò di lei e la sposò cinque anni dopo. Oltre alla bellezza e alla carismatica natura, Teodora possedeva una intelligenza che le permetteva di governare l’impero insieme a suo marito ed essendogli non solo d’aiuto ma di vero appoggio nelle più delicate questioni politiche. Il make-up audace, seducente si ispira ed omaggia una donna forte che non ha avuto timore di osare.
Riguardo alle acconciature Peter Philips sicuramente ha preso spunto dagli affreschi e dalle statue che rappresentano Teodora, acconciatura arricchita da uno chignon alto decorato da cerchietti di pietre preziose, con pendenti che scendono fino alle spalle.

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Testa dalla statua di Teodora e acconciatura per la sfilata della collezione Paris-Byzance

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FONTI DELLE IMMAGINI:
http://www.vogue.it/encyclo/moda/b/bisanzio-e-la-moda
http://nastia.style.it/2011/06/20/le-donne-bizantine/#?refresh_ce
http://www.deborahmilano.com/it/beautyclub/milano-le-sfilate-alcuni-trend-il-prossimo-ai-2013-2014
http://www.fashioncooking.it/2013/10/26/sicilia-tessere-doro-e-superba-bonta/
http://www.amando.it/moda/abbigliamento/sfilate-milano-dolce-gabbana-armani-cavalli.html

di Monia De Tommaso

Il Carnevale in Puglia: l’effetto coinvolgente dei riti perduti

Sebbene oggi Carnevale significhi soprattutto sfilate di carri allegorici e gruppi mascherati che sfilano davanti a inerti spettatori della festa, in passato Carnevale in Puglia era, un po’ come dappertutto, la festa della trasgressione alimentare e sessuale, della violenza fisica e verbale, del capovolgimento dei ruoli sociali e delle identità sessuali, nonché della maschera che, rendendo possibile un beffardo gioco tra occultamento e svelamento, era il segno forse più concreto e contraddittorio del rapporto tra il mondo dei vivi e quello dei defunti, tra il bene e il male.

Il-carnevale-PinelliEtimologicamente, sembra che la fonte linguistica più attendibile della parola Carnevale derivi dal latino Carnem levare, che indicava il periodo dell’anno immediatamente precedente la Quaresima, caratterizzata dall’obbligo ecclesiastico di “levare”, ovvero eliminare del tutto, la carne da ogni piatto e pietanza.
In Puglia, nel periodo carnevalesco, la carne di maiale diventava l’ingrediente fondamentale per la preparazione di gustosi piatti tra i quali i maccheroni con il ragù, il simbolo gastronomico per eccellenza della festa, e altri cibi grassi, rigorosamente proibiti a partire dal mercoledì delle Ceneri, che segnava l’inizio di un regime alimentare di tutt’altro genere.

Der_Kampf_zwischen_Karneval_und_Fasten_(1559)Ma passiamo ad un’altra curiosità persa nel tempo. Nella società contadina il Carnevale veniva identificato non solo nel fantoccio di paglia e di stracci, grasso e grosso, simbolo e metafora degli eccessi alimentari e dei comportamenti goderecci che doveva essere eliminato alla fine della festa, ma anche in alcuni animali.
Protagonista importante di alcuni riti carnevaleschi, soprattutto in zone montane, era l’orso/Uomo selvatico, un essere forte, minaccioso e premuroso allo stesso tempo e le cui sembianze, seppur mutevoli, evocavano sempre il mondo della foresta, il regno selvatico per eccellenza. A questo animale si attribuivano poteri straordinari quali quello di prevedere il tempo meteorologico con una logica “rovesciata”. In sostanza si trattava di un rito con il quale la comunità celebrava la fine della stagione invernale e il ritorno della primavera, l’inizio di un nuovo ciclo produttivo annunciato dall’animale che, uscito dalla grotta/pagliaio, decideva le sorti della nuova annata.

A Palo del Colle, il tacchino era (e continua ad essere ma in una cerimonia meno cruenta) protagonista di una antica giostra. Dei cavalieri, in rappresentanza dei quartieri del paese, durante la corsa dovevano infilzare con una lancia particolarmente appuntita il malcapitato animale che diventa il premio per il vincitore.

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In vaste aree erano invece diffusi i riti del testamentum porcelli e del testamentum asini, rappresentazioni drammatiche nel corso delle quali i due animali, vere e proprie controfigure del Carnevale, dettavano parodisticamente le ultime volontà indicando i legittimi eredi dei loro “averi”, ma anche perché i due animali figuravano come protagonisti di gruppi e cortei mascherati nei giorni più convulsi e chiassosi della festa.

La Chiesa non poteva che guardare con sospetto e preoccupazione nei confronti di questa festa laica per eccellenza, che si riallacciava a riti e miti pagani che dovevano essere del tutto cancellati, festa in cui l’arte del travestimento consentiva il ricorso a pratiche omosessuali nell’anonimato e festa in cui alcune maschere trasformavano spesso l’individuo in un animale, mettendo diabolicamente in discussione la somiglianza dell’uomo con Dio.
E benchè la Chiesa avesse generalmente un atteggiamento inflessibile nei confronti di questa festa, a volte fu costretta a scomunicare e a prendere severi provvedimenti per punire alti prelati, sacerdoti e monaci anch’essi travolti dal vortice dei festeggiamenti, dalla furiosa smania di trasgressione che questa festa portava con sé.

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Immaginate che tra ‘600 e ‘700 il clero bitontino preoccupò seriamente le gerarchie ecclesiastiche perché alcuni sacerdoti avevano suscitato scandalo in tutta la comunità cittadina appendendo al chiodo la tonaca e l’abito telare per vestire i panni, chi di donna, chi di contadino. Al contrario nel periodo di Carnevale, ai chierici era imposto un abito lungo e nero che doveva distinguerli inequivocabilmente dai laici e sancire il trionfo dello spirito e della Quaresima sul Carnevale, ma che spesso non riusciva a contenere gli impulsi della carne, le ragioni del riso e dell’osceno, le tentazioni del sacrilegio.

porcelloEd ora un aneddoto simpatico: nel 1727 il gesuita Domenico Bruno fu chiamato a Putignano per “scacciare i demonj” in un monastero femminile dove le suore, in questo periodo di festa, si erano mascherate da sacerdoti e avevano predicavano alle altre per divertimento. Nella circostanza il dotto gesuita impegnò tutte le sue forze esorcistiche nell’esposizione, tra le mura del convento, di un’immagine dell’arcangelo Raffaele al quale volle dedicare salmi, preghiere, invocazioni di ogni genere e un’apposita novena. Le fonti riportano che il convento restò quietissimo fino alla morte del Bruno per ritornare ad essere in “balia dei demonj” dal 1731, l’anno successivo alla sua morte!
E dunque, mentre non pochi esponenti del clero finivano per essere inghiottiti dal vortice della festa, la Chiesa ufficiale non mancò di organizzare una sorta di “teatro sacro” da contrapporre a quello profano e peccaminoso del Carnevale: soprattutto per volere dei Gesuiti le esposizioni eucaristiche delle Qarantore furono appositamente spostate dal periodo quaresimale a quello carnevalesco e in particolar modo negli ultimi giorni, ritenuti i più “pericolosi”.
Insomma, il carnevale travolgeva proprio ma proprio tutti.

FONTI DELLE IMMAGINI:
http://www.elaboraweb.it/partners/trasciatti/trasciatti.it/2011/01/14/testamentum-porcelli/index.html
http://it.paperblog.com/carnevale-tra-tradizioni-popolari-e-gastronomia-1633406/
http://www.lucianopignataro.it/a/carnevale-di-laudato-a-chi-ave-lu-puorco/21039/
http://it.wikipedia.org/wiki/Lotta_tra_Carnevale_e_Quaresima

di Monia De Tommaso

Moda femminile nell’impero bizantino [Seconda parte]

Importantissimo centro culturale, come ho accennato nella prima parte di questo articolo, in breve Costantinopoli diventò un punto di riferimento anche per l’abbigliamento. Tuttavia è sotto l’imperatore Giustiniano I (462-565) e la moglie Teodora che la città conobbe il suo acme.

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Avvolti nei loro tessuti preziosi, nel palazzo ricco di marmi e mosaici d’oro e ricoperti di gioielli, Giustiniano e Teodora si presentavano al mondo nell’ineffabile luce del loro sfarzo.
Ravenna conserva ancora nei suoi mosaici l’immagine dell’imperatore e della sua corte. Nella Basilica di San Vitale, sono conservati due importanti mosaici che ritraggono la coppia regale circondata dal loro seguito.

Teodora, che aveva origini modestissime, era riuscita a salire alla dignità imperiale e si era circondata di un’aureola soprannaturale. Divinizzata, assorta nella sua rigida posizione frontale, Teodora reca in mano una coppa che sta per offrire alla Chiesa, simboleggiata da una fontana d’acqua zampillante.
L’imperatrice indossa una tunica in seta e un mantello (clamide) purpureo ricamato con i Re Magi in processione. Teodora si distingue per lo splendore dei suoi gioielli: un grande diadema con perle e gemme, lunghi orecchini e una mantellina (sopraomerale) anch’essa incastonata di pietre preziose (maniakon) che ricorda quello dell’aristocrazia egiziana. D’altro canto gli influssi della civiltà del Nilo, conquistata da Alessandro Magno, non potevano non essere presenti in Grecia e in Turchia, grazie anche agli stretti rapporti commerciali. Le dame che affiancano l’imperatrice indossano dalmatiche (al tempo, spesso ornate da strisce verticali) e mantelli più corti e chiusi.

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Sempre a Ravenna si può osservare un ulteriore esempio del costume bizantino nella Basilica di Sant’Apollinare Nuovo. Nella navata centrale, due teorie di Vergini e di Martiri si dirigono verso l’altare recando le loro corone sulle mani velate. Le donne indossano una tunica con la cintura sotto al seno, ripresa da un lato in modo da evidenziare l’orlo apparentemente tagliato obliquo.
Le cortigiane indossavano una sottotunica (paludamentum), coperta da una tunica trattenuta da una cintura e con collo, maniche e orlo ricamati. Portavano inoltre un mantello e nascondevano i capelli sotto una stola.

In netta antitesi con le vesti sciolte e aperte dei greci e dei romani, la caratteristica più marcata degli indumenti bizantini, sia maschili sia femminili, era di nascondere la figura di chi li indossava, cancellandone le forme con un taglio rigido che non aderiva da nessuna parte e con l’impiego di stoffe pesanti su tutta la superficie del corpo.

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Dittico di Stilicone in cui il console e generale compare con la moglie Serena. V sec. d.C.

I mantelli (derivati dalla toga) furono sempre usati anche nei secoli successivi ed ebbero diversi tipi di nomi: la penula, era una mantellina rotonda con cappuccio a punta e un’apertura al centro per lasciare passare il capo, di stoffa pesante o di cuoio, usata durante i viaggi e soprattutto dai popolani. La casula era simile alla penula, ma più lunga e ampia. La lacerna, era un ampio e pesante mantello che si legava sulla spalla destra. Il pallio, invece, era un drappo rettangolare fissato sulla spalla sinistra. La clamide, era un mantello circolare corto, veniva fissato sulla spalla destra e copriva il lato sinistro. Nel periodo bizantino si arricchì di bordi ricamati e di un rettangolo di stoffa di diverso colore e decorata sul davanti, il tablion.

Le calzature usate erano i calcei, sandali in pelle con cinghie e i campagi (stivali in morbida pelle).
Le popolane vestivano tuniche lunghe, strette in vita da cinture, con maniche strette e semplici mantelli, simili a quelli degli uomini. Le donne dei ceti ricchi invece indossavano tuniche lunghe dritte, strette ai polsi, con cinture importanti e un mantello di tipo orientale, aperto sul davanti con due bande con orli ricamati con galloni. I gioielli erano cesellati con perle e cristalli.

moda-femminile-impero-bizantino-dameDunque, cercando di schematizzare: nei secoli VI/IX, il costume bizantino conservò alcuni elementi del costume greco-romano e la sua influenza si esercitò anche nei secoli successivi, sottolineando differenze solo fra i ceti ricchi e i ceti poveri. Le donne indossavano abiti molto simili a quelli delle donne romane del IV secolo, usando, però, tessuti molto ricchi e preziosi, pieni di ornamenti, tipica caratteristica bizantina. Esse indossavano sempre la tunica talare con maniche aderenti; sopra questa indossavano una tunica lunga con molte decorazioni, la “bizantina” con orlo dritto, oppure obliquo. Le decorazioni erano costituite da strisce applicate in oro o argento, o a vivaci colori: se erano verticali, dalle spalle all’orlo, si rifacevano alle antiche “clavi“, se era una sola striscia larga centrale, era il “patagio” bizantino, se, invece, decoravano i bordi in senso orizzontale, erano gli antichi “segmenta” romani.
Sopra queste tuniche le donne indossavano un ampio mantello circolare, fino a terra, con il foro centrale per il capo, di stoffa pregiata (come quello indossato dall’imperatrice Teodora). Di grande uso fu la cintura per appendere il borsellino in cui mettere i soldi, chiamato scarsella, molto usato anche nei secoli successivi.

Nel tardo periodo bizantino, come segno distintivo di grado sociale, si usò una lunga sciarpa con pietre ricamate su stoffe preziose, il loron, larga circa 15/25 cm., foderata con un altro tessuto prezioso, di varia lunghezza.
Le donne portavano capelli lunghi intrecciati intorno al capo, se sposate, o sciolti intrecciati con perle, se fanciulle.
I costumi dei secc. IX, X, XI, risentirono e continuarono le caratteristiche romaniche e bizantine, solo furono meno sontuose le stoffe, in quanto i Franchi non conoscevano le tecniche per tessere il lino e la seta, quindi utilizzarono il panno, sia per le tuniche che per le brache. Solo i ricchi continuarono ad usare il lino finissimo, le sete e i broccati.

Le donne indossavano una tunica senza maniche e la dalmatica, stretta da una cintura, ornata al collo da una striscia, che scendeva fino all’orlo. Sulla tunica talare (lunga) era fissata un’ampia sciarpa (tipo pallio) incrociata sulle spalle, con un lembo che scendeva sul davanti e l’altro sulle spalle e che spesso copriva i capelli. I capelli erano sciolti oppure intrecciati, coperti da un velo.
Le scarpe femminili erano ornate di arabeschi di pelle, fornite di una linguetta a copertura dello spacco sul collo del piede. Anche in questo periodo fu di gran uso la cintura per appendere il borsellino.

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FONTI DELLE IMMAGINI:
http://www.cancelloedarnonenews.com/2011/02/15/ravenna-la-citta-del-mosaico/
http://www.geometriefluide.com/pagina.asp?cat=artebiz&prod=sanvitalemosaici-ra
http://artemisiaweb.forumfree.it/?t=22196059
http://www.operasantateresa.it/j/index.php?option=com_content&view=article&id=139&Itemid=245

di Monia De Tommaso